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Intervista all'Architetto Paolo Desideri

architetti i protagonistiIn occasione dell'imminente completamento del cantiere per la Nuova Stazione Tiburtina di Roma, in cui il progetto personalizzato delle finiture è stato studiato in stretta collaborazione con i tecnici Oikos, ci piacerebbe conoscere le fasi che hanno accompagnato in questi anni l'iter progettuale.

Il progetto, elaborato nel 2001 e vincitore del relativo Concorso internazionale di progettazione bandito dal gruppo Ferrovie dello Stato, ha visto una lunga gestazione a livello burocratico in quanto complesso appalto pubblico. Presentato nel 2005 il progetto esecutivo, si è proceduto alla gara d’appalto, alla cui conclusione si sono succeduti diversi ricorsi amministrativi che hanno allungato i tempi di realizzazione. Il cantiere si è quindi potuto avviare nel 2008 e verrà concluso a giugno del 2011, con scadenze abbastanza rapide, considerando la complessità del progetto. Ad oggi è stato comunque già aperto uno dei due ingressi principali, l’atrio sul fronte Pietralata.

 

Quale progetto materico si pone alla base di questo intervento sin dalla sua origine?

I materiali scelti (prevalentemente acciaio, alluminio, vetro, pannelli cementizi) vogliono essere molto minimali, usati con gentilezza e coerenza. Le stesse pitture non vengono intese come decoro parietale, bensì diventano esse stesse materia, acquisendo spessore; per questo motivo non mi piace adottare la terminologia “progetto cromatico” ma parlerei piuttosto di vero e proprio “progetto materico” anche nella scelta della textura Antico Ferro ad effetto cor-ten per le colonne e per l’intradosso della vela che fuoriesce dalla stazione. Su questa texture ho lavorato insieme ai vostri tecnici proprio per arrivare ad una finitura che rientrasse completamente nelle previsioni materiche del progetto.

 

Quali opportunità ritiene ci possano essere oggi per il progetto delle finiture?

Io penso che le texture abbiano a tutti gli effetti una loro plasticità e che la vera sfida della contemporaneità sia proprio la possibilità (oggi già sperimentata per esempio dalla vostra azienda) di proporre sul mercato una produzione personalizzata, in grado di coniugare il vecchio laboratorio artigianale con una realizzazione seriale in fabbrica. In questo modo si riuscirebbero a superare anche i limiti dell’Età Moderna, protesa verso una produzione standardizzata per un largo ma indistinto consumo. Unendo l’artigianalità che è dell’uomo e l’industrialità che è della macchina, si possono così creare dei materiali, delle graniglie, delle vere e proprie alchimie con una loro intrinseca magia.

Lo studio sta lavorando anche al Museo dei Bronzi di Riace a Reggio Calabria, in ultimazione nel 2011; in questo caso, con l’artista calabrese Alfredo Pirri e con i tecnici Oikos, stiamo studiando un’enorme scultura che diventa architettura fatta di pareti, travi e pavimento. Anche qui il progettista diventa un’apprendista stregone in grado di lavorare, “sporcandosi le mani” con la calce, con il cocciopesto, con frammenti di madreperla, plasmando una graniglia magica che appartenga solo a quel progetto e a quel luogo.

Questo metodo di lavoro sta accompagnando anche un altro cantiere dello studio, l’Auditorium di Firenze di 1850 posti con un ampio foyer di ingresso su cui si staglia una porzione di sfera che andremo ad impreziosire con un rivestimento materico personalizzato di grande effetto (studiato, anche in questo caso, in collaborazione con l'azienda Oikos).

Che rapporto ha il vostro studio con il cantiere e con lo studio dei materiali e delle tecnologie?

Il nostro studio, costituito da 4 soci e composto da circa 50 persone, ha sempre inteso, anche nella fase in cui molti propendevano per una designerizzazione e astrazione dell’architettura, il mestiere dell’architetto come colui che costruisce, che interagisce con la materia, con il cantiere, alimentadolo continuamente, non solo con periodici sopralluoghi ma anche con continui ripensamenti e aggiornamenti in base anche alle innovazioni nel campo dei materiali e delle tecnologie. A questo proposito nel nostro studio vi è proprio una persona dedicata ad un continuo aggiornamento che ci consente di essere informati delle novità prestazionali e delle potenzialità che ci offrono oggi nuovi materiali o tecniche recentemente acquisite. Rimanendo fedeli al concept, non lo vogliamo però ingessare e tendiamo quindi ad avere ripensamenti fino all’ultimo relativamente a materiali e tecnologie. Per quanto riguarda la finitura effetto cor-ten usata nella vela e nelle colonne della Stazione Tiburtina, io la intendo proprio come un “metallo spalmato” che ci ha permesso di avere lo stesso risultato concettuale con una soluzione diversa dalla consueta lastra in cor-ten. Oggi bisogna quindi avere una base conoscitiva molto ampia che consenta di risolvere i problemi e i vincoli contingenti, adattando continuamente e consapevolmente il progetto materico in corso d’opera.

 

Il progetto per la Stazione Tiburtina ha vinto anche il Premio Solare Italiano 2002 Eurosolar. Quali elementi hanno favorito questo riconoscimento?

Il Premio è stato assegnato al funzionamento bioclimatico della stazione e in modo particolare alla presenza, sulla piastra di copertura, di grandi “camini” di estrazione dell’aria calda prodotta dall’irraggiamento residuo, con il compito di intercettare ed estrarre l’aria calda in ascensione all’interno del grande volume della galleria.

Lo spazio è avvolto inoltre, sui lati lunghi, da oltre 10.000 mq di superficie vetrata: attraverso un preciso calcolo di verifica delle variazioni della temperatura all’interno del fabbricato, nove tipologie di vetro con differenti serigrafie e tonalità di colore compongono un suggestivo pattern cromatico che si alternano in ragione dell’irraggiamento solare e delle ombre proprie e portate dello stesso organismo edilizio, al fine di stabilire una eguale condizione climatica in ogni luogo della piastra e in ogni momento dell’anno.

Il riferimento tipologico-architettonico per il progetto della Stazione Tiburtina, motivo per il quale è risultato anche vincitore del Concorso, è stato proprio il Ponte abitato, un Ponte Vecchio fiorentino rivisto in chiave contemporanea come grande boulevard sopraelevato che potrà finalmente congiungere due quartieri, Nomentano e Pietralata, fino ad oggi separati dagli imponenti tracciati ferroviari.

 

Immagini e progetti sono stati messi cortesemente a disposizione dallo studio ABDR Architetti Associati.

 

Intervista realizzata da Elisa Montalti nel mese di febbraio 2011.

 

Link allo studio: www.abdr.it

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